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Daniel Kehlmann

Fama

Feltrinelli - Collana: I Narratori / Narrativa

Pagine 160 - Formato 14,2x22,2 - Anno 2010 - ISBN 9788807018077
Argomenti: Letteratura tedesca, Racconti, Narrativa,
Normalmente spedito in più di 7 gg. lavorativi

Prezzo di vendita: € 14.00

 



Note: Romanzo in nove storie - Traduzione di Paola Olivieri

Caratteristiche: brossura, copertina plastificata

 

Note di Copertina

“Storie dentro storie dentro storie. Non si sa mai dove finisce una e dove inizia l'altra. Nella realtà sono tutte intrecciate. Solo nei libri la separazione è netta.” Dopo lo strepitoso successo de La misura del mondo, Kehlmann reinventa la forma del romanzo. Libro raffinato e sapido di umorismo, Fama è un ironico caleidoscopio del nostro mondo, dove talvolta le tecnologie sembrano meandri in cui smarrirsi piuttosto che mezzi per ritrovarsi.

Fama è uno scrigno di memorabili figure al confine tra verità e letteratura, che dialogano con il loro creatore; si fanno trasportare in altre realtà da onnipresenti cellulari; leggono scrittori guru che per primi non credono alle proprie parole; partono per viaggi in regioni remote, dove al posto di mitiche città e cieli stellati trovano solo cementifici e patate lesse; guardano trailer di film di cui sono i protagonisti senza averli mai girati; scrivono blog in internet per raccontare di non essere riusciti a entrare dentro un romanzo, e mandano all'aria le vite di attori famosi.
“Storie dentro storie dentro storie. Non si sa mai dove finisce una e dove inizia l'altra. Nella realtà sono tutte intrecciate. Solo nei libri la separazione è netta.” Così lo scrittore Leo Richter, uno dei personaggi su cui sono incentrate le vicende del romanzo, suggerisce il gioco a cui il lettore è chiamato a partecipare per ricomporre quell'ironico puzzle che è il libro di Daniel Kehlmann.

“Fama è un breviario delle angosce e dei sogni del nostro presente.”
Volker Weidemann, Frankfurter Allgemeine Zeitung

“La paura di essere dimenticati, l'ossessione di essere riconosciuti, il sogno di ispirare uno scrittore e di diventare il protagonista del suo libro: tutti questi temi sono esplorati brillantemente da Daniel Kehlmann, che il successo ha reso più spassoso e incisivo che mai.”
Astrid Eliard, Le Figaro


 

Prefazione / Introduzione

da Voci

Ebling non era ancora arrivato a casa quando il cellulare squillò. Per anni si era rifiutato di comprarne uno: era un tecnico e non si fidava di quell'aggeggio. Perché tutti trovavano naturale tenersi una fonte di aggressive radiazioni vicino alla testa? Ma Ebling aveva una moglie, due figli e diversi colleghi, che si lamentavano di non riuscire a raggiungerlo. Alla fine aveva ceduto, aveva acquistato un apparecchio e se l'era fatto attivare direttamente dal commesso. Suo malgrado, quell'oggetto lo impressionò: era semplicemente perfetto, benfatto, liscio ed elegante. E adesso, all'improvviso, squillava.
Rispose esitante.
Una donna pretendeva di parlare con un certo Raff, Ralf o Rauff, non capì il nome.
Un errore, le disse, aveva sbagliato numero. Lei si scusò e riattaccò.
La sera, la seconda telefonata. “Ralf!” esclamò un uomo con la voce roca. “Come va, vecchio mio? Che fai di bello?”
“Ha sbagliato numero!” Ebling si mise a sedere sul letto. Erano già passate le dieci e la moglie gli lanciò un'occhiata di rimprovero.
L'uomo si scusò, ed Ebling spense il cellulare.
Il mattino seguente trovò tre messaggi. Li ascoltò in tram mentre andava al lavoro. Una donna, ridacchiando, lo pregava di richiamarla. Un uomo sbraitava che doveva arrivare immediatamente, non lo avrebbero più aspettato; in sottofondo si sentivano un tintinnare di bicchieri e della musica. E poi la donna del giorno prima: “Ralf, ma dove ti sei cacciato?”.
Sospirando, Ebling chiamò il servizio clienti.
Strano, disse una signora con voce annoiata. Una cosa del genere non poteva assolutamente succedere. Non si dava a nessuno un numero già assegnato ad altri. C'erano un'infinità di misure di sicurezza.
“Ma è successo!”
No, disse la donna. Non era assolutamente possibile.
“E cosa farà ora?”
Non lo sapeva neanche lei, disse la donna. Una cosa del genere non era assolutamente possibile.
Ebling aprì la bocca e la richiuse. Sapeva che un altro al posto suo avrebbe dato in escandescenze, ma non era da lui, non era nelle sue corde. Riattaccò.
Qualche secondo dopo, il telefono squillò di nuovo. “Ralf?” chiese un uomo.
“No.”
“Cosa?”
“Questo numero è... Per errore è stato... Ha sbagliato.”
“Questo è il numero di Ralf!”
Ebling riattaccò e infilò il cellulare nella tasca della giacca. Il tram era di nuovo affollatissimo, anche quel giorno dovette stare in piedi. Da un lato gli si schiacciava addosso una donna grassa, dall'altro un uomo con i baffi lo fissava come un nemico giurato. C'erano molte cose che a Ebling non piacevano della sua vita. Gli dava fastidio che la moglie fosse tanto distratta, che leggesse libri tanto stupidi e che cucinasse così tremendamente male. Gli dava fastidio che il figlio non fosse intelligente e che la figlia gli fosse tanto estranea. Gli dava fastidio sentire costantemente i vicini russare attraverso le pareti troppo sottili. Ma soprattutto gli davano fastidio i viaggi in tram all'ora di punta. Sempre tutti stipati, sempre pieno zeppo, e quell'odore così sgradevole.
Il lavoro però gli piaceva. Lui e decine di colleghi sedevano sotto potenti lampade a esaminare computer difettosi, mandati dai rivenditori di tutto il paese. Ebling conosceva la fragilità di quei piccoli dischi pensanti, sapeva quanto fossero complicati e misteriosi. Nessuno riusciva a comprenderli fino in fondo; nessuno era realmente in grado di dire perché si inceppassero o facessero cose strane. Da tempo nessuno cercava più di capire il motivo; ci si limitava a cambiare un pezzo dopo l'altro fino a quando tutto il sistema non ricominciava a funzionare. Ebling pensava spesso a quante cose nel mondo dipendessero da quegli apparecchi. Sapeva perfettamente però che era sempre un caso eccezionale, una sorta di miracolo, quando facevano esattamente il loro dovere. La sera, nel dormiveglia, un'immagine lo inquietava – tutti gli aerei, le armi telecomandate, i calcolatori delle banche –, qualche volta al punto da fargli venire il batticuore. Allora Elke gli chiedeva irritata perché non stava tranquillo, era meglio dividere il letto con una betoniera; lui si scusava e pensava che già sua madre quand'era piccolo gli diceva che era troppo sensibile.
Quando scese dal tram, il telefono squillò. Era Elke che gli chiedeva di comprare dei cetrioli la sera tornando a casa. Nel supermercato della loro strada in quel momento costavano poco.
Ebling glielo promise e si congedò rapidamente. Il telefono squillò di nuovo e una donna gli domandò se ci avesse pensato bene, solo un idiota poteva rinunciare a una come lei. O la pensava diversamente?
No, disse Ebling senza riflettere, la pensava esattamente così.
“Ralf!” rise lei.
A Ebling batteva il cuore, aveva la gola secca. Riattaccò.
Mentre andava in ufficio si sentiva confuso e nervoso. Evidentemente il vecchio proprietario del numero aveva una voce simile alla sua. Ebling richiamò il servizio clienti.
No, disse una donna, non potevano dargli un altro numero e basta, a meno che non pagasse.
“Ma questo è il numero di un altro!”
Impossibile, rispose lei. C'erano...
“Misure di sicurezza, lo so! Ma mi arrivano insistentemente telefonate per... Vede, anch'io sono un tecnico. Lo so che la chiamano in continuazione persone che non capiscono un tubo. Ma io sono del mestiere. Lo so come...”
Non poteva farci niente, disse la donna. Avrebbe inoltrato il reclamo.
“E poi? Che succederà poi?”
Poi, disse, si vedrà. Ma questo non era di sua competenza.
Quella mattina non riuscì a concentrarsi sul lavoro. Gli tremavano le mani e nella pausa pranzo non aveva fame, anche se c'era la cotoletta. A mensa la cotoletta non era molto frequente e di solito la pregustava fin dal giorno prima. Questa volta però ripose il vassoio sullo scaffale con il piatto ancora mezzo pieno, andò in un angolo silenzioso della sala e accese il telefono.
Tre messaggi. Sua figlia voleva che lui andasse a prenderla dopo la lezione di danza. Ne fu sorpreso, ignorava che la figlia facesse danza. Un uomo chiedeva di essere richiamato. Niente nel messaggio lasciava intuire a chi si rivolgesse, se a lui o all'altro. E poi una donna gli chiedeva perché facesse tanto il prezioso. Quella voce, profonda e suadente, non l'aveva mai sentita. Proprio nel momento in cui voleva spegnerlo, il telefono squillò di nuovo. Il numero sul display cominciava con un più e un ventidue. Ebling non sapeva che paese fosse. Non conosceva quasi nessuno all'estero, solo un cugino in Svezia e una vecchia signora grassa di Minneapolis, che ogni anno a Natale spediva una foto in cui alzava sogghignando un bicchiere. Per i cari Ebling era scritto sul retro, e né lui né Elke sapevano con chi dei due fosse effettivamente imparentata. Ebling rispose.
“Ci vediamo il mese prossimo?” chiese un uomo. “Ci sei al Festival di Locarno, no? Senza di te non lo fanno, non in queste circostanze, giusto, Ralf?”
“Certo che ci sono,” disse Ebling.
“Quel Lohmann. C'era da aspettarselo. Hai parlato con quelli di Degetel?”
“Non ancora.”
“Sarebbe ora! Locarno può essere un ottimo trampolino, come Venezia tre anni fa.” L'uomo rise. “E per il resto? Clara?”
“Sìsì,” disse Ebling.
“Vecchio marpione,” disse l'uomo. “È incredibile.”
“Certo,” disse Ebling.
“Sei raffreddato? Hai una voce strana.”
“Adesso devo... ho da fare. Ti richiamo.”
“Non ti preoccupare. Non cambi mai, eh?”
L'uomo riattaccò. Ebling si appoggiò alla parete e corrugò la fronte. Ebbe bisogno di un istante per ricomporsi: quella era la mensa, intorno a lui i colleghi stavano mangiando la loro cotoletta, Rogler gli stava passando davanti con un vassoio.
“Ciao Ebling,” disse Rogler. “Tutto a posto?”
“Certo.” Ebling spense il telefono. […]


Inizio

 

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