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Fino al 30/9/2010 promozione del 15% sul catalogo di Rizzoli

Amos Oz

Scene dalla vita di un villaggio

Feltrinelli - Collana: I Narratori / Narrativa

Pagine 192 - Formato 14,2x22,2 - Anno 2010 - ISBN 9788807018022
Argomenti: Letteratura ebraica/yiddish, Narrativa, Romanzo
Normalmente spedito in più di 7 gg. lavorativi

Prezzo di vendita: € 16.00

 



Note: Traduzione di Elena Loewenthal

Caratteristiche: brossura, copertina plastificata

 

Note di Copertina

“Le cose più importanti sono quelle che rimangono non dette, ma che nella notte, nel silenzio possono essere udite.” Haaretz. Un uomo capita, quasi per caso, in un pittoresco villaggio d'Israele, Tel Ilan. Tutto sembra immerso in una quiete pastorale, se non fosse che invece, in quell'armonia formicolano segreti, fenomeni inquietanti, tresche amorose, eventi di sangue. Tocca al visitatore…

Un uomo capita, quasi per caso, in un pittoresco villaggio d'Israele, Tel Ilan. Tutto sembra immerso in una quiete pastorale, se non fosse che invece in quell'armonia formicolano segreti, fenomeni inquietanti, tresche amorose, eventi di sangue. Tocca al visitatore cercare di svelare l'enigma, o anche soltanto conciliarsi con tutti questi misteri. Come quello di Benni Avni, sindaco del villaggio, che un giorno riceve un biglietto dalla moglie con solo quattro parole: “Non preoccuparti per me”. Il marito naturalmente si preoccupa, la cerca in casa, in un rifugio antiaereo in rovina, in una sinagoga vuota, in una scuola – e questo è quanto. Non sapremo mai dov'è finita la moglie di Benni Avni. Né sapremo mai l'identità di quella strana donna, vestita da escursionista, che improvvisamente appare davanti all'agente immobiliare Yossi Sasson. O cosa è successo al nipote della dottoressa Ghili Steiner, che doveva arrivare al villaggio con l'ultimo pullman, ma non si è mai visto. O chi sia lo strambo Wolf Maftzir, che si infiltra nella vita e nella casa di Arieh Zelnik.
Qualcosa di terribile è accaduto nel passato dei protagonisti di Tel Ilan. Qualcosa non è stato assorbito dalle loro menti e non è stato preservato nelle loro memorie, eppure esiste da qualche parte, nelle cantine, freme negli oggetti stessi, rivissuto ancora e ancora attraverso il dimenticare, in attesa del momento della rivelazione.


 

Prefazione / Introduzione

da Eredi

1.
Non sembrava del tutto forestiero. Qualcosa nella sua persona l'aveva a un tempo respinto e attirato sin dal primo sguardo, sempre che fosse tale: ad Arieh Zelnik pareva proprio di ricordarlo, quel viso, e le braccia così lunghe che arrivavano fin quasi alle ginocchia. Una vaga reminiscenza, come di un'altra vita.
Il tizio parcheggiò davanti al cancello del giardino una macchina beige, piuttosto sporca, che aveva sul parabrezza posteriore così come sui finestrini laterali un mosaico di adesivi colorati, pieni di punti esclamativi, slogan, consigli, proclami. Chiuse l'auto e prima di lasciarla diede un energico scossone a ogni portiera per controllare che non fosse aperta. Poi assestò una leggera pacca, anzi due, sul cofano, quasi che la macchina fosse un vecchio ronzino legato a un palo, da rassicurare affettuosamente sul fatto che l'attesa non sarebbe stata lunga. Dopo di ciò, spinse il cancello e si diresse verso la terrazza, ombreggiata da un pergolato di vite. Aveva un'andatura baldanzosa eppure un poco sofferta, quasi stesse camminando a piedi nudi sulla sabbia calda.
Dalla sua postazione sulla sedia amaca in fondo al giardino, da dove vedeva senza essere visto, Arieh Zelnik teneva d'occhio lo sconosciuto da quando aveva parcheggiato l'auto. Ma più ci provava, meno riusciva a farsi venire in mente chi fosse quel forestiero dall'aria vagamente familiare. Dove l'aveva già visto? E quando? Durante uno dei suoi viaggi all'estero? A militare? In ufficio? All'università? O forse ancora ai tempi della scuola? Quell'uomo aveva un'aria furba e soddisfatta, come se gli fosse appena andata in porto una diabolica macchinazione. Dietro, o piuttosto da sotto quella faccia sconosciuta, ne trapelava un'altra – una faccia nota, sgradevole, inquietante: quella di qualcuno che ti aveva fatto del male, una volta? O al contrario, eri tu in torto con lui, e non te lo ricordavi più?
Come un sogno di cui nove decimi scompaiono e solo un lembo ancora balugina nella mente.
Arieh Zelnik era comunque deciso a non alzarsi in onore del visitatore, e rimanere invece ad accoglierlo lì dalla sedia amaca, sulla terrazza di fronte a casa.
Lo sconosciuto percorse di fretta il sentiero che conduceva dal cancello agli scalini della terrazza, con gli occhietti che correvano incessantemente a destra e a sinistra, come nel timore di esser scoperto troppo presto, o forse invece per paura che un cane mordace balzasse fuori dalla siepe di bouganvillea spinosa ai due lati del vialetto.
Aveva radi capelli biondastri, il collo rosso con la pelle rugosa e cascante che ricordava il gozzo di un tacchino, due occhi della consistenza dell'acqua torbida che roteavano come dita invadenti, e le braccia lunghe, scimmiesche: tutto in lui destava un'ansia astratta.
Dalla sua posizione appartata, lì sulla sedia amaca all'ombra della vite rampicante, Arieh Zelnik notò che l'uomo era sì corpacciuto, ma anche un poco flaccido – come se fosse appena guarito da una grave malattia, come se fino a poco tempo prima fosse stata una persona robusta e solo ultimamente avesse subìto un crollo interno da farlo rattrappire dentro la propria pelle. Anche il giubbotto beige scuro con le tasche gonfie sembrava troppo largo, e gli cascava giù dalle spalle.
Era fine estate e il sentiero era perfettamente asciutto, tuttavia lo sconosciuto si fermò per strofinare bene le suole delle scarpe sul tappetino ai piedi delle scale. Terminata quell'operazione, alzò prima un piede e poi l'altro, ripetendo due volte il controllo delle suole. Quando fu ben sicuro della pulizia, salì i gradini, studiò la porta a rete in cima alla scala e solo dopo aver bussato timidamente più volte senza ottenere risposta, voltò lo sguardo e scoprì finalmente il padrone di casa accomodato nella sedia amaca circondata da grandi piante e vasi di felci in un angolo sotto il pergolato, nel cuore dell'ombra.
Lo sconosciuto sfoderò subito un sorriso largo, quasi fece la riverenza, e si schiarì la gola prima di esordire con un'esclamazione: Che posto magnifico, qui da voi, signor Zelkin! Strabiliante!
È proprio la Provenza d'Israele! Ma quale Provenza! Toscana! E che panorama! Il bosco! La vigna! Tel Ilan è davvero il borgo più incantevole di tutto questo levantino paese. Bellissimo! Ah, buongiorno, signor Zelkin. Mi scusi. Spero di non, per caso non disturbo, vero?
Arieh Zelnik ricambiò con un secco buongiorno, dichiarò che si chiamava Zelnik e non Zelkin, e precisò che con suo rammarico qui da noi non c'era l'abitudine di comprare dai piazzisti.
Giusto! Assolutamente giusto! tuonò il tizio asciugandosi con la manica il sudore della fronte, come si fa a sapere se si ha davanti un piazzista vero e non un truffatore bell'e buono? O, per carità di Dio, un vero e proprio criminale venuto a studiare il terreno per la sua banda di scassinatori? Però, signor Zelnik, io non sono mica un piazzista, no. Sono insistente!
Che?
Wolff Maftzir, “insistente”.* Avvocato Maftzir dello studio Luts-Prujinin. Molto lieto, signor Zelnik. Sono venuto qui da lei, signore, per una questione, come spiegare, forse sarebbe meglio evitare di definirla, la questione, e piuttosto di andare dritti al dunque. Mi scusi, posso sedermi? Si tratterà di un chiarimento più o meno personale, non personale che riguarda me, per carità, perché non avrei mai e poi mai osato essere tanto invadente da disturbare in questo modo, senza preavviso. In effetti ci abbiamo provato, eccome se abbiamo provato, quante volte ci abbiamo provato, ma il suo numero di telefono è riservato e alle nostre lettere ha preferito non rispondere. Pertanto abbiamo deciso di tentare la sorte con questa improvvisata, e ci scusiamo sin d'ora per la seccatura. In effetti non è una cosa che facciamo abitualmente, figuriamoci, questa qui di fare irruzione nella privacy del prossimo, e per di più quando quel prossimo si sta godendo il posto più bello del paese. Comunque sia, cioè. Non è certamente solo una questione personale, la nostra. No, no. Assolutamente no. Cioè, è l'opposto in effetti, il motivo di questa mia sarebbe, come spiegarlo con un briciolo di tatto, potremmo dire così: il motivo di questa mia riguarda una questione personale sua, signore. Una questione personale sua e non solo nostra. Per meglio dire, la faccenda riguarda la sua famiglia. Diciamo pure famiglia in senso generico, ma anche specifico – un membro della sua famiglia, signor Zelkin, un certo parente. Non ha nulla in contrario se ci sediamo e ne parliamo per un momento, vero? Le prometto che farò del mio meglio affinché tutta la pratica non duri più di dieci minuti, va bene? Benché in fondo questo dipenda solo da lei, signor Zelkin.
Arieh Zelnik disse:
Zelnik.
E poi aggiunse:
Si sieda.
E subito dopo:
No, non qui. Qui.
Quel tizio grasso, o piuttosto ex grasso, aveva osato accomodarsi sulla sedia amaca gemella, proprio accanto al padrone di casa, ginocchio contro ginocchio, lui con il suo effluvio di densi odori che lo avvolgeva come una fedele scorta – lezzo di digestione, di calze, di talco e di ascelle. Su tutte quelle esalazioni era tesa una trama sottile che sapeva di aspro dopobarba. Ad Arieh Zelnik tornò improvvisamente alla memoria il padre, perché anche lui copriva sempre gli odori corporei con quell'aroma troppo forte.
Il visitatore scattò in piedi all'istante, barcollò leggermente con le braccia da scimmia appoggiate sulle ginocchia, chiese scusa e cambiò posto, posando il retro dei suoi pantaloni troppo larghi nel posto indicatogli, e cioè su una panca di legno dall'altra parte del tavolo da giardino. Era fatto di listelle di legno semipiallato, un po' come le traversine sui binari del treno. Per Arieh era fondamentale che la madre malata non scorgesse dalla finestra il visitatore – nemmeno di spalle, nemmeno l'ombra sullo sfondo del pergolato. Per questa ragione, l'aveva messo seduto in un punto fuori dal campo visivo di lei.
Quanto a quella sua voce cantilenante e oleosa, ci avrebbe pensato la sordità a tenere sua madre al riparo. […]

* Maftzir significa insistente, implorante. [N.d.T.]


Inizio

 

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